Domande per l’autore – Alessandro Tonoli

Come anticipato nell’articolo dedicato al libro La piccola Parigi, ho proposto all’autore dieci domande per poterlo conoscere meglio, e come potrete facilmente intuire, siamo qui perché ha accettato di fare luce sulle mie curiosità.

Ciao Alessandro, innanzitutto ti ringrazio per avermi proposto la lettura di Piccola Parigi; si è rivelato davvero una piacevolissima sorpresa, ma dimmi qualcosa di te: chi sei?

Sono uno che ama davvero molto la scrittura. Da pazzi. Ho un lavoro che c’entra poco o niente con questo tipo di passione (lavoro in un istituto bancario).Sono una persona strattonata tra due mondi. Al mio lavoro associo altre attività collaterali, tutte legate al mondo della comunicazione in qualche modo. Scrivo romanzi, partecipo a spettacoli teatrali, curo speciali e recensioni per alcuni siti di cinema e videogiochi, altra mia grande passione. So che mi piace scrivere, e tento di farlo sempre, in qualunque spazio, in qualunque modo. 

Dopo aver letto interamente questa tua prima pubblicazione, mi è venuto automatico documentarmi per scoprire se quella di Piccola Parigi e Cabiate fosse una leggenda già esistente o meno, ma tutti i riferimenti trovati nel web rimandano al tuo libro. Cos’ha ispirato questo tuo racconto?

Questa ti anticipo che è una domanda che mi rende estremamente felice. Uno dei motivi che mi hanno spinto a scrivere la Piccola Parigi è stato proprio questo. Volevo creare un “perché” per questo splendido nomignolo che la città si porta in seno, perché viene chiamata così davvero. Ma nessuna sa il perché.  E allora mi sono messo a cercare io una storia che desse un senso a tutto questo. Volevo che le persone, girando, potessero amare di più la loro città, perché penso che quando senti che le tue strade sono parte di una storia, ti viene automatico guardarle e sognare un po’. Non credo ci sia via migliore per arrivare ad amare un luogo.

Io personalmente quando viaggio mi informo sempre sulle leggende locali. Mi attivano un altro tipo di vista, che è quella che mi fa amare la vita. Di ispirazioni concrete poi non ce ne sono state. Sentendo “La Piccola Parigi” ho pensato subito ad una bambina con il vestito rosso. Il resto è stata la storia che si è scritta un po’ da sé. Forse ho tentato di trarre la dolcezza delle opere di Makoto Shinkai, di cui riporto anche una citazione. Sono un grande fan dell’animazione giapponese, spero si avverta un pizzico di quello.

Oltre nonno Francesco, hai scelto due bambine come protagoniste della storia, Chiara e la Piccola vestita di rosso, apparentemente senza nome. Hai descritto i loro gesti con molta cura, senza dover per forza svelare le loro intenzioni tramite i dialoghi tra i personaggi. Cosa ti ha reso così attento ai comportamenti dell’infanzia? Hai tratto ispirazione da persone a te care?

Non saprei. Anche in altre cose che ho scritto ho scoperto che i bambini sono per me degli elementi ricorrenti, assolutamente centrali. Sento un particolare feeling con quel momento della vita, in cui il filtro della vista è meno spietato, l’immaginazione riesce a vagare più rapida, e il mondo si flette un po’ a questa vista “potenziata” che i bambini hanno, e che ci dona quelle che penso siano alcune delle sensazioni più forti e potenti che ci trainiamo dietro poi nel corso della vita, e che tentiamo sempre di andare a recuperare, quando finiamo per accantonarle. Nelle mie storie tento di ricorrere al magico che abbiamo dentro, e per farlo abbiamo necessariamente bisogno di sollevare quella parte di noi che alla magia è più sensibile, la nostra parte bambina, che forse è proprio la parte che crea la magia stessa.

Come nel mio caso ci saranno tantissimi altri lettori che parlando di Parigi o Cabiate, penseranno anche al tuo libro e ai personaggi che hai creato. Che tipo di sensazioni ti provoca questa associazione di idee?

Bellissime. E’ stupendo perché rende terribilmente vivi quei personaggi, e quella piccola storia. Personalmente è un onore per me, ma sono molto più emozionato nel pensare semplicemente al fatto che la storia diventa davvero reale ogni volta che questo succede, e per quanto amo le storie in generale non posso che essere incredibilmente emozionato per la cosa, come lo sarebbe un  bambino nel vedere che le pagine di un libro prendono vita davanti a lui.

Che tipo di lettore secondo te dovrebbe sicuramente leggere La piccola Parigi?

Personalmente penso sia adatta a chi è in cerca di qualcosa di dolce e malinconico. Penso che possa essere apprezzato soprattutto da chi ama quel tipo di storie che hanno un sottofondo magico continuo calato nel contesto reale, un realismo magico delicato che lascia al lettore la scelta di credere se quello a cui sta assistendo è realmente magia o solo suggestione.

Su Instagram ti chiami Ale_into_the_glasslands, che significato ha per te?

Ho scelto quel nome perché la pagina inizialmente era nata come spalla del blog che avevo per Tom’s Hardware, che si chiamava proprio Glasslands, dove parlavo di cinema, videogiochi e intrattenimento mediatico. Avevo scelto Glasslands come nome perché vedevo la fruizione di queste storie, generalmente vissute tramite uno schermo, proprio come un viaggio al di là di questi schermi. Come se ci facessimo un bel viaggio in queste terre che stanno oltre, chiamiamole vetrificate. Così il nome e l’idea di immergercisi, passeggiando per queste terre vetrificate appena oltre lo schermo.

Per conoscerti un po’ meglio, ti va di dirmi quali sono i tuoi autori preferiti? Pensi che la lettura assidua possa far migliorare le doti da scrittore o sei un esempio di chi legge poco e si concentra prevalentemente sulla scrittura?

Il mio autore guida è di sicuro Alessandro Baricco. La voglia di scrivere romanzi nasce dal contatto con la sua letteratura. Mi ha fatto capire che nello scrivere ci si può davvero divertire un casino, senza badare alle regole. Conta il cuore, conta lasciarsi andare al foglio. Su quello non ho una vera opinione. Posso dirti la mia esperienza. Ho sempre letto abbastanza, ma neanche da cavarmi gli occhi, anzi, ci sono stati molti periodi dove leggevo poco o niente. Se posso dire la mia, conta di più lasciarsi andare alla musica e ai propri pensieri. Poi leggere aiuta ad avere input e metodi di confronto, quello sicuramente.

Su Amazon, oltre La piccola Parigi ho trovato altri due titoli da te pubblicati: Tutto quello che devi sapere sulla realtà virtuale, una guida sulle origini di questo sistema mediale e su come si sta affermando nella quotidianità della vita, sia lavorativa che non, e Quel che rimane incastrato nel vento, storia di una ragazza alla ricerca della sua vocazione dimenticata: la danza. Pur essendo in totale 3 opere molto diverse tra loro, a quale per il momento ti senti più affezionato?

Grazie per la ricerca innanzitutto. Sono tutte opere che identificano dei momenti molto precisi della mia vita, ed ognuno con le sue gioie e difficoltà. Per me è difficilissimo scegliere. Però penso che ora come ora direi “Quel che rimane incastrato nel vento”. Sono innamorato del suo finale, mi fa sempre piangere. E amo l’idea di quel vento. Almeno quanto amo Bajardo – il comune dove l’ho ambientato. Essere riuscito a creare una storia che unisca una leggenda che mi affascina a un posto che mi ha fatto innamorare, dove ho vissuto, anche se per pochi giorni, esperienze intense ed indelebili, penso gli faccia avere un posto speciale nel mio cuore. Anche se La Piccola Parigi è per me un gigantesco grazie, perché mi ha aiutato nel periodo più difficile della mia vita.

Che progetti hai per il futuro?

Tanti, e spero di riuscire a metterli a terra. Ad ora ho finito tre romanzi, tutti uno diverso dall’altro. Devono ancora essere sistemati ovviamente, c’è ancora molto lavoro da fare, ma sicuramente voglio trovare il modo per portarli alla luce e capire che tipo di emozioni e pareri susciteranno.  

Tornando infine su La piccola Parigi, ripensavo al fatto che il mio primo approccio con lei è avvenuto tramite la tua audiolettura per il 13° video della mia rubrica #sussurralibri. Il passaggio che hai letto recita precisamente le seguenti parole:

“Nessuno aveva mai saputo come si chiamasse e tutti avevano ormai capito che non ci sarebbe mai stato verso di saperlo. Senza motivo, ma tutti lo avevano tacitamente accettato, e quindi, quale miglior modo di parlare di lei, se non chiamandola con la cosa che più sognava? Tutti vorremmo essere chiamati per i nostri sogni. Ci gireremmo per strada molto più velocemente, fidati. Sono i nostri sogni che ci identificano, non i nomi.“

Credo che non ci sia modo migliore per concludere questa intervista, che chiederti: Se il tuo nome corrispondesse a quello di un tuo sogno, quale sarebbe?

Ma che bellissima domanda! E quanto mi mette in difficoltà soprattutto, un po’ come essersi fregati da soli. Non me l’ero mai chiesto. Penso direi Emozionare. Amo l’idea di vivere la vita con emozione in tutto quello che faccio, e l’idea di emozionare qualcuno tramite quello che provo a comunicare vivendo, facendo, con ogni mezzo che trovo.