Perché il bambino cuoce nella polenta, Aglaja Veteranyi

perché il bambino cuoce nella polenta

Faccio sempre fatica a catalogare i libri per genere, perché questo, per quanto mi riguarda, dipende da ciò che il libro stesso mi lascia addosso. Non importa se si tratta di un classico, un contemporaneo, un thriller o un romanzo rosa. Nella mia libreria, i libri sono posizionati in ordine di emozioni, e Perché il bambino cuoce nella polenta di Aglaja Veteranyl ha trovato posto sulla mensola della sezione: Dolore.

Dietro le quinte di un circo familiare

La piccola protagonista di questo romanzo e la sorella maggiore, sono figlie di due artisti circensi: un clown e una donna dai capelli lunghi e robusti, forti al punto da reggere il peso del suo corpo.

La loro vita è instabile, per del lavoro che inevitabilmente li obbliga a spostarsi da un paese all’altro senza poter mettere radici, ma soprattutto per la nervosa ricerca di successo e benessere che li acceca in crescendo.

NON POSSIAMO AFFEZIONARCI A NIENTE
Io sono abituata a sistemarmi ovunque in modo da trovarmi bene. Devo solo stendere su una sedia il mio fazzoletto blu. Quello è il mare. Accanto al letto ho sempre il mare. Devo solo scendere dal letto, e già posso nuotare.

E’ unicamente la bambina in prima persona a raccontare le esperienze vissute tra la propria infanzia e l’adolescenza, tra uno spettacolo e un altro, tra una lite o una festa tra parenti, tra le risa e le crisi dei genitori, tra le soste in un albergo di lusso o in quello più povero. Tra l’affetto e l’infetto.

Qui ogni paese è all’estero. Il circo è sempre all’estero. Ma nella roulotte c’è casa. Apro la porta della roulotte il meno possibile, perché casa mia non evapori

Autobiografia tra verità e finzione

Le sensazioni delicate inizialmente emanate dalle pagine di questo libro, si trasformano pian piano in un incubo dai colori mai visti e terrificanti. Nella gola si è annidata la sofferenza e lo sguardo ha abbandonato la lettura più volte, sentendomi ogni volta non ancora pronta alla sua fine. E’ un libro che punzecchia le corde del profondo e le lascia vibrare per un po’.

IO SONO STATA QUALCUNO PRIMA DI NASCERE.
Prima della mia nascita camminavo già da otto mesi sulla fune a testa in giù- Io ero dentro mia madre, lei faceva la spaccata in alto sulla fune, e io guardavo giù o mi schiacciavo contro la corda. Una volta lei non riusciva più a risollevarsi dalla spaccata e io sono quasi caduta fuori. Poco dopo sono venuta al mondo. Alla mia nascita ero bellissima, mia madre aveva paura che qualcuno mi portasse via e le mettesse un altro bambino nella culla. Sono nata completamente calva. Dopo il primo bagnetto, mia madre mi disegnò con la sua matita nera due folte sopracciglia. Mia zia mi controllò che avessi tutte le dita e l’ostetrica mi fasciò insieme le gambe storte.

Mio padre non c’era.

Un libro a cui mi sono aggrappata nonostante il dolore che mi ha provocato. Sono stata sospesa su un filo sottile, acrobata che d’improvviso tentenna sul suo prossimo passo. Andare avanti, tornare indietro, chiudere gli occhi.

Ho sempre amato l’atmosfera circense e i retroscena che nasconde oltre i sorrisi e l’atmosfera festosa. Ho sempre visto il circo come circo inconsapevole di sé stesso, e ho scelto di leggere Perché il bambino cuoce nella polenta per questo motivo. Cercavo una storia capace di lasciare un segno e l’ho trovata al di là di una copertina magnifica e un insolito titolo.

Giunta alla fine e sentendomi poi molto affezionata all’intensa scrittura di Aglaja Veteranyi, ho deciso che era giunto il momento di conoscerla meglio.

Proprio come la bambina a cui la sorella maggiore raccontava la storia del bambino che cuoce nella polenta per distrarla dalla paura di perdere la madre, anche Aglaja trascorse una vita disordinata e vagabonda. Anche lei, figlia di circensi, prese parte agli spettacoli a pochi anni di vita. Anche lei fino ai 15 di età, non ricevette istruzione, nemmeno quella sufficiente che le permettesse di scrivere il suo nome.

Non posso individuare il confine tra verità e finzione, ma il primo risultato della mia ricerca è andato dritto al punto: a soli 39 anni, Aglaja si tolse la vita gettandosi nel lago di Zurigo, città che la accolse e in cui fondò un gruppo letterario e uno teatrale.

Un colpo al cuore. Apprendere questa notizia mi ha fatto molto riflettere su quanto possa essere stata la bambina del libro, sempre senza sentirsi a casa, sempre in cerca di affetto, sempre senza poter gioire davvero.

Mentre mia madre sta attaccata per i capelli alla cupola, mia sorella mi racconta LA FAVOLA DEL BAMBINO CHE CUOCE NELLA POLENTA per tranquillizzarmi. Se mi immagino il bambino che cuoce nella polenta e il male che gli fa, non penso più a mia madre che potrebbe cadere dall’alto, dice mia sorella. Ma non funziona. Penso sempre alla morte di mia madre, per non farmi prendere di sorpresa. La vedo in fiamme. E quando mi piego su di lei, il suo volto si disfa in cenere.

Non grido.
Ho gettato via la bocca
.

La trasposizione cinematografica di Perché il bambino cuoce nella polenta

E puntualmente poi è così che va: la mia curiosità mi spinge sempre a cercare la versione video dei libri che diventano importanti. Non riuscendo a trovarne una in italiano, ho cercato la traduzione in lingua originale, in rumeno, col titolo: De ce fierbe copilul în mămăligă.

Associare dei veri volti a quelli soltanto immaginati durante la lettura, mi fa sempre uno strano effetto. E’ un po’ come incontrare una persona a cui volente o nolente ti senti legato, ma di cui non ricordavi più la forma del viso, lo sguardo, il movimento delle labbra al suono di ogni parola.

Ed ecco la bambina di cui ho ascoltato i pensieri nelle 199 pagine pubblicate da Keller editore. Ha lo stesso sguardo malinconico che sono riuscita a visualizzare tra una riga e l’altra del libro, la stessa aria distratta, sognante e il cuore attento, pronto a captare ogni segnale di bellezza dalla triste visuale che la giostra della sua esistenza le mostra della vita.

Eccola lì, nel trailer del film che dovrò assolutamente vedere:

In ogni nuova città, scavo un buco davanti alla nostra roulotte, ci metto dentro la mano, poi la testa e ascolto Dio che respira e mastica sottoterra. A volte vorrei seppellirmi tutta per andare da Lui, anche se ho paura che mi morda.

DIO E’ SEMPRE MOLTO AFFAMATO.

Gli piace anche bere la mia limonata, io infilo la cannuccia in terra e gli do da bere perché LUI protegga mia madre.



MA Dio non dorme, con le lacrime dei poveri ci farà un mare. Quando andremo in cielo, ci faremo il bagno. E quando usciremo, avremo la pelle d’oro a 24 carati!

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